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martedì 21 gennaio 2014

Good bye, don't cry for me, Palestine

C'è stata una commovente festa di commiato e passaggio delle consegne presso la sede di ProjectHope, a suggello e conclusione del mio volontariato a Nablus.

Allo scadere del visto israeliano di tre mesi, ogni volontario internazionale di ProjectHope è obbligato ad abbandonare la Palestina. Questo può avvenire tramite l'aeroporto di Tel Aviv, che ha dei controlli in uscita altrettanto severi e intimidatori di quelli in entrata.
Altrimenti si può uscire dalla regione West Bank, in bus o in taxi, passando in Giordania. Ho scelto questa possibilità alternativa, con lo scopo di visitare brevemente anche questo paese arabo del Medio Oriente...
Come ho già indicato con una breve nota su Facebook, passare il confine dal border control di Allenby Bridge (sul fiume Giordano, vicino a Gerico, quasi introvabile su Google Map) è stato semplice, senza inconvenienti.

Just cross the border with an ukulele and a smile and no questions whatsoever. 
So Jordan here I come... But missing Nablus already!!



lunedì 2 dicembre 2013

Ricchezze naturali di Palestina



Disse il poeta palestinese Mahmoud Darwish:
  "We have on this earth what makes life worth living"

Le ricchezze naturali della terra  di Palestina sono i bambini, le olive (che anch'io ho aiutato a raccogliere al sole di fine ottobre) e pure i datteri.

Altrimenti, per riflettere e meditare, abbiamo a disposizione un deserto di pietre e sassi che talvolta, magicamente rifiorisce.

Purtroppo i vari monti degli ulivi di cui è disseminato questo territorio sono spesso teatro di contese e bersaglio di rappresaglie assolutamente indegne della tradizione millenaria legata a queste piante, simbolo della pace fin dai tempi biblici di Noè.

“If the Olive Trees knew the hands that planted them, Their Oil would become Tears.” Mahmoud Darwish



giovedì 28 novembre 2013

Imprevisti di Palestina

---- Ieri sera sono andata a lezione di arabo. Un’amica palestinese si è offerta di darmi una mano, qualche sera a settimana vado a casa sua e mi spiega un po’ di regole grammaticali di questa lingua magnificamente complicata. Ieri sera abbiamo finito tardi, perché poi io la aiuto con la pronuncia in francese e poi ridiamo e scherziamo e in men che non si dica è mezzanotte.
Allora, ieri sera, suo fratello si è offerto di accompagnarmi a casa in macchina, perché doveva uscire per andare a comprare qualcosa. Non so bene cosa poteva dover comprare a mezzanotte, ma non sono esattamente affari miei, quindi ho approfittato del passaggio e sono stata zitta. “A domani habibti, a domani”. Sì cara, ci vediamo in ufficio, e sono salita in macchina. 
Arrivata a casa sfinita, ho mandato qualche dolce messaggio a chi è lontano e mi sono addormentata nel giro di pochi minuti.
Stamattina, do uno sguardo a Facebook (sì, questa piaga è arrivata anche qui) e vedo che la mia amica che mi insegna l’arabo ha scritto qualcosa, in arabo per l’appunto, alle 3.41 di notte. Strano, penso tra me e me, era stanchissima quando sono andata via e avrei giurato che sarebbe andata subito a dormire. Non sono ancora molto brava in arabo, quindi lascio stare e non tento neanche di decifrare le sue frasi.
Senza pensarci troppo corro in ufficio a preparare la mia lezione del pomeriggio. Inglese, 22 studenti trai 12 e i 14 anni, tutti motivatissimi. E mentre sto stampando degli esercizi ecco che sbuca la mia amica. Un bacio, una chiacchiera, come se niente fosse, io mi sono già completamente dimenticata di chiederle cosa ci faceva sveglia alle 4 di notte. Ma poi qualche minuto dopo, con una nonchalance che mi raggela il sangue, mi annuncia candidamente “Ah, meno male che eri già andata via, ieri notte sono arrivati i soldati”.
Cosa scusa. Non ho capito bene.
“Eh, ieri notte, alle 3 e qualcosa, sono arrivati i soldati, nel mio palazzo. Hanno fatto un sacco di rumore, hanno spaccato tutto, in un paio di appartamenti qualche piano sotto il mio.”
Cosa scusa.
“Sì, poi hanno arrestato 5 persone. Ovviamente mi sono svegliata… sì, hanno davvero fatto un sacco di casino”.
Cosa scusa.
Ma chi erano queste persone, quelli che hanno arrestato?
 “Non so, ma penso fossero attivisti anti-occupazione, non so perché li hanno presi”.
Cosa scusa. 

Prendo le mie fotocopie e la saluto, esco dall’ufficio, camminando meccanicamente verso casa.
Questa è l’occupazione, questo è quello che succede.
Questo. Assurdità pura.
Non ci sono altre parole per descriverlo. ----


Il muro di Betlemme è gemellato con quello di Berlino

6.11.2013

Noi non ci possiamo andare

Noi, non ci possiamo andare
Gli occhi intristiti 
Di una tristezza vera
Di una tristezza amara
Più di qualsiasi caffé arabo
Senza zucchero.

Occhi che sognano
Cose mai viste
La torre Eiffel
La neve
Toccare il mare
Con un dito
Vedere l'oceano
Sentirne l'odore

Noi, non ci possiamo venire
Lo sguardo curioso
Com'è
È bello? Che profumo ha?
Racconta, ti prego.

Noi non ci possiamo venire,
A casa tua.
Non so perché
Allora abbasso lo sguardo
Affranta
Impotente.
Tanti muri devono ancora cadere
Prima che trionfi la  libertà.

mercoledì 16 ottobre 2013

Destino, partenze, propositi

L'altro giorno ho letto su Facebook "Credo un po' nel destino". Una frase all'apparenza semplice, ma dietro alla quale si celano una miriade di potenziali interpretazioni.

Mi sono messa a pensarci, giocherellando con le malabares, le palline da giocoliere che mi ha regalato Virginia, una cara amica che ha recentemente conquistato un pezzetto del mio cuore. E mentre le malabares giravano, io mi chiedevo "e io, in che cosa credo? Ci credo, nel destino? Cos'è poi, il destino?".

Lasciate perdere le malabares, sono giunta alla conclusione che sì, credo anch'io, un po', nel destino. Per me il destino è quella cosa lì che fa sì che ci troviamo in un determinato posto in un determinato momento con determinati presupposti.

Quindi, se credo nel destino, logicamente, credo, un po', che alcuni incontri non accadono per caso. Mi piace, crederlo.

Ma soprattutto, credo nelle cose belle. Credo, fin troppo forse, nell'amicizia, quella che ti tiene caldo nelle sere d'inverno, come una coperta morbidosa ma leggera.

Ogni tanto credo anche che, forse, mi basta poter credere in questo, per essere felice.

Credo che i bambini siano il nostro futuro, il presente e anche il passato. Credo che abbiamo tanto, tantissimo da imparare da loro. E dai vecchi. Sottovalutati, da sempre, o forse solo da poco.

Credo nella gioia e nella meraviglia. Vorrei aprire gli occhi al mattino come li apre un neonato che è appena uscito dalla pancia della mamma. Vorrei sapermi meravigliare di continuo, perché credo che la meraviglia sia una forma mentis tra le più appropriate. 

È cercando la meraviglia che faccio le valigie e parto per quest'avventura, con la speranza di riuscire a portare laggiù qualcosina anch'io, e non solo di arricchirmi.

Ho tentato una raccolta fondi per l'associazione Projecthope di Nablus.

Fundraising Websites - Crowdrise

Qualche mail alle persone venute con me in Israele/Palestina in febbraio scorso e una vendita di torte fatte in casa con mucho cariño, en Alicante. Inutile dire che le torte hanno fruttato ben 7,05€, mentre le mail si sono rivelate estremamente redditizie. Mi ritrovo dunque con un discreto gruzzolo, ne sono contenta! Ma spero solo di riuscire ad offrire anche qualcosa di più, in termini umani, che un pugno di shekel. E quindi I'm gonna try, as hard as I can, anche se oggi c'ho un po' il cuore nello stomaco, e un groppo in gola, che ogni tanto si stringe, all'idea di lasciare il mio mondo, tanto odiato e tanto amato allo stesso tempo.

Farewell Switzerland, I'll see you soon...

Cliccando qui su projecthope.ps, visitate il nuovo sito web del progetto palestinese a cui aderisco.